Un arresto involontario

–        Accidenti il bar è chiuso. Vabbè, mentre aspettiamo che apra, per passare il tempo fermiamo quella Fiat Punto con gli ammortizzatori sfondati.

Accesi il lampeggiante e con un’aria svogliata feci cenno al conducente di accostare…

 Felipe non stava più nella pelle quando, con la tuta blu della ditta di traslochi si presentò davanti alla sede della Acme – Affariloschi coi suoi nuovi colleghi. Farsi assumere per quel lavoro era stato facilissimo. Compenso da fame, un lavoro lungo e faticoso, niente assicurazione, contributi o cartacce da firmare. Prendere o lasciare. E aveva preso. Perchè Felipe aveva un piano.

Bastava nascondersi all’interno degli uffici, attendere la chiusura quindi aprire la cassaforte e sparire con il suo contenuto. Aveva messo in conto anche la fatica iniziale, i pacchi da portare negli uffici, quattro piani, otto rampe per un totale di 152 scalini. Dalle sei di mattina alle sette di sera. Su e giù e niente montacarichi. Soffriva Felipe, ma pensava alla cassaforte che lo stava aspettando al terzo piano. Soffriva e sudava e portava pacchi finché finalmente arrivarono le sette. Non stava quasi nemmeno in piedi e respirando a fatica salutò l’impiegato e i suoi colleghi che sgommarono via.

Senza uscire, chiuse la porta e si infilò, non visto, nella cassa di legno, che aveva preparato. Chiuse sopra di se come in una bara il pesante coperchio, mentre il cuore gli batteva forte per la fatica.

E fu buio, e freddo e l’aria che respirava era cattiva e poca. Non se l’aspettava quel freddo Felipe, e nemmeno quel silenzio che sapeva tanto di morte. Ebbe paura, anzi fu vero panico ma non poteva certo uscire. Non adesso che l’impiegato era entrato proprio in quella stanza per riporvi delle scatole. Pesanti scatole di fogli che posizionò accuratamente sul coperchio di quella strana cassa che somigliava tanto ad una bara e che non gli sembrava di aver mai visto prima.

Felipe aspettò ancora, pregò, pianse, credette di morire e infine provò a scansare il coperchio con l’unico risultato di conficcarsi una lunga scheggia di legno tra l’unghia e il polpastrello. Trattenne un grido, pianse poi riprese a spingere ma il coperchio sembrava inchiodato. Tentò per un’ora, forse tre, finché ormai sfinito, riuscì ad inclinare il coperchio sotto il quale giaceva sepolto vivo e ad uscire.

La stanza era buia, Felipe si muoveva a tentoni cercando la porta. Scorgendo un tenue chiarore si avviò deciso in quella direzione ma lo spiglo di una mensola  lo bloccò subito. Cadde in ginocchio mentre dalla fronte iniziava a sgorgare copioso il sangue.

Si trascinò fuori, recuperò gli attrezzi e scese di un piano raggiungendo la cassaforte. Usò lo scalpello, il piccone, la fiamma ossidrica. Aveva le mani insanguinate, da un occhio ormai gonfio non ci vedeva ma continuò a picchiare, a far leva, a forzare, a fondere.  Dopo tre ore, una scheggia di metallo rovente si staccò e gli si conficcò nel collo. Ogni tre colpi a segno uno finiva impietosamente sulle dita o sui polsi. Non sentiva più le mani, né i piedi e il tempo passava.  Ormai c’era solo una cosa da fare. Portarsi via la cassaforte intera. Il tentativo di sollevarla fallì miseramente accompagnato dal sinistro rumore delle fasce muscolari della schiena irrimediabilmente compromesse. La trascinò, aggrappandosi con le unghie rotte e le dita tumefatte. Al primo gradino rimase col piede sotto il pesante fardello. Pianse ancora, dignitosamente, in silenzio. Lungo la discesa fu schiacciato tra il corrimano e la cassaforte, si strappò la tuta, perse una scarpa e si strappò un’unghia. Poi finalmente fu in fondo e con un ultimo sforzo, trovato chissà dove, caricò la cassaforte nel baule della sua Fiat Punto. L’automobile si abbassò sugli ammortizzatori e Felipe sulle ginocchia. Non ci poteva credere. Erano le sei, ventiquattro ore di fatica, di paura, di dolore ma ce l’aveva fatta.

Oramai non lo avrebbero beccato più, ne era sicuro. Prese via Brennero, passò davanti ad un bar chiuso, poi guardò nello specchietto retrovisore. La volante della Polizia accese il lampeggiante ed un poliziotto, con aria svogliata, gli fece cenno di accostare, mentre una lacrima calda si staccò dall’occhio rigandogli una guancia.

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