Italia – Slovenia – Volante – Topo

Ore 16:00. Sudafrica. All’Ellis Park l’Italia si gioca la qualificazione agli ottavi contro la Slovacchia…
Ore 16.00. Trento. Al parco Gocciadoro la volante uno si gioca la possibilità di vedere la partita in qualche bar di periferia sbrigando un “solito”.
Per i non addetti ai lavori, “il solito” è una richiesta ripetuta negli anni che si risolverebbe anche da sola ma alla quale, perchè in fondo non si sa mai, bisogna comunque prender parte. Nell’occasione il “solito” Francesco minacciava un suicidio e noi dovevamo assicurarci che fosse una scenata come le ultime quattro: un avvelenamento di orzata, due soffocamenti con borse bucherellate e una impiccagione senza corda. Una sorta di Wilye Coyote del suicidio.
Lo incrociammo mentre in Sudafrica iniziava il secondo tempo.
“ E’ quasi un’ora che ho chiamato! Potevo anche morire!!”
Io e Alfio ci scambiammo una occhiata rassegnata.
“ E perchè non è successo?” chiesi senza nemmeno scendere dalla Volante.
“ Perchè l’orso non c’era!”
“ L’orso? Che avevi in mente Francesco?”
“ Di gettarmi nella gabbia dell’orso e di farmi divorare!!! Pensa che fine artistica!”
Alfio alzò gli occhi al cielo. L’orso non era più triste ospite della gabbia da almeno vent’anni.
“ A Fra’… l’orso sarà andato a vedersi la partita!”
Francesco si fece pensieroso. “ La partita? Ma certo, la partita! Voi mi fate perdere tempo, devo andarla a vedere.”
Detto fatto ci girò le spalle e sparì nel verde. Con un tempismo perfetto, Elio cancellò la possibilità per noi di vederne qualche scampolo e ci assegnò un altro intervento in Piazza Duomo.
Sortito da chissà quale sotterraneo meandro, un topo di ragguardevoli dimensioni aveva morso un ragazzino ed ora se ne stava impaurito e rannicchiato in un angolino. Il topo intendo. Attorno una folla indignata.
In realtà non sapevo che cosa fare e le mie conoscenze giuridiche mi facevano escludere la possibilità di un arresto. Del topo intendo.
Alfio, attaccante di sfondamento cercò in me un suggerimento sul da farsi,ma io, regista della nostra squadra ero a corto di invenzioni e gli rimandai la palla.
Alfio notò allora un bastone fare capolino da una catasta di impalcature e con l’istinto del goleador si gettò, afferrandolo ad una estremità. Iniziò a sfilarlo ma questo era molto, ma molto più lungo del previsto; sembrava non finire mai. Ormai l’azione era avviata, non ci si poteva fermare. Il bastone si rivelò essere un palo di oltre tre metri, difficile da manovrare, una sorta di palla ad effetto impazzita. Il mio fedele compagno non si fermò, alzò il palo sopra la testa e calò il colpo. Purtroppo l’ingovernabile attrezzo non andò a segno così il topo, impaurito dall’improvvisa accelerazione degli eventi decise che era il momento di tentare la fuga. Aiutato dalla forza della disperazione si gettò nello spazio tra me ed Alfio. La folla si ammutolì, il bambino smise di piangere e i barellieri si girarono verso l’azione. Alfio lascò cadere il palo e guardò verso di me. Era il mio momento, ma non sapevo assolutamente cosa fare. Esclusi solo la possibilità di fare fuoco poi fu l’istinto. Il topo sembrava volare verso di me, a mezzo metro di altezza. Mi aiutai appoggiandomi con la mano sul cofano dell’Alfa e fui in aria. Caricai il destro, chiusi gli occhi e calciai. Per un attimo temetti di fallire il colpo, poi invece lo sentii. Preciso, compatto e credo sorpreso, il topo impattò col mio collo destro e fu proiettato verso la parete del duomo. “Un colpo memorabile” avrebbe commentato Nando Martellini. Il topo cadde a terra tramortito e poi fu il delirio. Si levarono parecchi OOHHH di sorpresa poi un applauso, e credo, ma non sono sicuro, di aver addirittura udito un “Javert in nazionale!”. Ernesto, noto barbone della zona, incitò i presenti per una “ola” ma non fu seguito.
Nello stesso istante il collega Howard Webb, ex poliziotto inglese, ora arbitro internazionale, decretava la fine dell’avventura azzurra.

Johannesburg:Italia 2, Slovacchia 3
Trento:Volante 1, topo 0.

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