Gente della notte

La voce gommosa e monotona del tergicristallo, copriva ad intervalli regolari il ticchettio della pioggia che incessantemente cadeva sui vetri, regalandoci fugaci visioni della deserta via Brennero Le nuove perle luccicanti, che con meticolosità si disponevano sui cristalli della Volante, riportavano presto una visione torbida e lisergica della più importante arteria trentina.

Avevo la poesia dentro di me, esaltata dall’arrivo dell’autunno ma soprattutto dal torpore che mi assaliva oramai da un’ora. Erano le 4 e 25,  e con Alfio guardavamo distratti la strada, attendendo l’alba ancora troppo lontana.

Athena, nome d’arte di Joe, che sicuramente non era il suo nome vero, navigata prostituta liberiana, ma forse della Costa d’Avorio o di Bergamo alta, stava lasciando il suo posto di lavoro e  sulla sua Mercedes pagata in contanti si apprestava a raggiungere il l’appartamento di proprietà all’ultimo piano su una moderna palazzina verso Martignano. Prima di mettersi a letto avrebbe contato ed ammucchiato i profitti esentasse delle sue fatiche serali.

Davanti a noi sfilò Enrico, all’anagrafe Enrico, bagnato come un pulcino sotto la pioggia, chino a bordo del suo motorino Super Califfone. Il faro tremolante illuminava poco e male il lucido asfalto della strada e la pioggia gli si infilava nelle maniche, nel colletto e gli bruciava occhi e pelle. Aveva chiuso il chiosco di bibite e panini e tra appena mezz’ora avrebbe potuto togliersi quegli abiti bagnati e tuffarsi a letto, dopo aver messo i profitti totalmente imponibili della serata nella busta marrone dietro la bottiglia.

Annunciato da una litania di parolacce, sbucò da un portone improvvisamente illuminato, Ermes, trascinando due pesanti borse dal contenuto ignoto. Sorpreso e cacciato dal  giroscala eletto a ricovero notturno da un solerte cittadino insonne, disturbato dal suo russare durante la terza visione consecutiva di “Biancaneve sotto i nani”, il barbone affrontò con dignità la notte trentina mentre il cittadino esemplare riavvolgeva il nastro e si slacciava la cintura in solenne solitudine.

Ingigantito da due cappotti e da chissà quanti maglioni indossati, appesantito dalla pioggia e dai suoi sessanta anni portati male, Ermes si avviò verso la città alla ricerca di un rifugio asciutto che lo custodisse fino alla nuova cacciata.

Violando il limite di velocità di oltre quaranta chilometri orari, sfrecciò in direzione nord Salvatore a bordo della sua Renault 4 bianca del 94. Non sarebbe arrivato comunque in orario all’inizio del suo turno al panificio dopo Lavis, ma cercava di limitare il ritardo avvicinandosi alla velocità Mach 1. La storia si ripeteva ogni notte da quando Assunta era entrata nella sua vita ma specialmente nel suo letto. L’espressione del suo viso che colsi per una frazione di secondo non pareva poi tanto preoccupata, anzi. Potere dell’amore.

A finestrini aperti e col nuovo Abre Magique al pino verde per far uscire il pesante profumo di Vera ed eliminare ogni traccia, passò in direzione sud l’avvocato Ubaldoni al ritorno di una serata da tenere nascosta. Masticava una gomma alla menta e appena a casa avrebbe mondato le sue parti basse con abbondanti spugnature di Saugella alla salvia. Così screziato di verde avrebbe rimboccato le coperte dei bambini e baciato sui capelli la moglie già addormentata. Vera, conosciuta da noi e dall’anagrafe come Francesco Foretti,  passò dietro di lui con un nuovo cliente risistemandosi il trucco e sputando dal finestrino.

Le prime luci dell’alba stavano rischiarando il cielo verso la Valsugana, segnale per noi che era finalmente l’ora di rientrare, quando in direzione opposta arrivò annaspando una Fiat Panda con due persone a bordo che non conobbi. Abbassata così sugli ammortizzatori la piccola utilitaria sembrava dover scoppiare da un momento all’altro anche se gli occupanti non sembravano particolarmente corpulenti. Dal baule, verso l’interno dell’abitacolo sbucavano dei pezzi di ferro, stranamente somiglianti a dei piedi di porco. Sul sedile posteriore si intravedeva una bombola con tanto di tubo e beccuccio innestato. Sul tetto, assicurata frettolosamente, faceva bella mostra di se una cassaforte da incasso ancora con pezzi di muratura attaccati. Guardai ancora gli occupanti che curiosamente avevano delle mascherine nere sugli occhi.

Diedi una gomitata al mio mitico collaboratore Alfio che come me aveva gli occhi fissi su quello che ci stava passando davanti.

–        Credo che stamattina arriveremo a casa tardi socio.

–        Lo credo anch’io – rispose Alfio ingranando la prima.

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