Pantani eroe? Non per chi crede nello sport

Non è nuovissima, la scrissi anni fa,  ma la ricordo ad ogni anniversario della morte del Pirata. Rieccola per voi.

Brào, ma basta” mi verrebbe da dire, rinvenendo un motto che veniva puntualmente sfoderato, in quella che era la mia banda giovanile, per canzonare, ma col preciso intento di far smettere, vuoi un chitarrista improvvisato, vuoi l’oratore più noioso o l’atleta più gramo.

Stavolta però l’intento canzonatorio non c’è, e il “bravi ma basta” lo rivolgo un po’ a tutti, giornalisti, sportivi e penne dal cuore tenero, che da giorni e giorni versan lacrime e fiumi di parole, per ricordare, commemorare e santificare la “prematura morte” di un eroe sportivo.

Il Pirata non c’è più, ed allora viva il Pirata, ma farlo passare per un eroe, un simbolo, un esempio mi pare veramente un insulto.

Un insulto agli sportivi veri, quelli che sudano di loro, che sfidano il cronometro, l’avversario, e la tentazione di darsi una spinta con qualche sostanza miracolosa.

Quelli che forse non saranno mai i numeri uno, ma anche quelli che, in maniera pulita lo sono diventati.

Come molti ho partecipato alla passione collettiva per questo glabro e originale scalatore, rimanendo incollato davanti alla televisione a contemplarne le mitiche gesta, sostenendo anche accese controversie con mio padre, che secondo lui dopo l’ultimo Moser, di ciclisti non ce n’è più stati.

Ma l’immagine dello sportivo si è frantumata davanti agli esiti dei primi esami antidoping, la sensazione come molti altri di essere stato preso in giro; di aver vibrato, sognato, esultato per celebrare un atleta falso, posticcio, che non ha esitato a ricorrere a mezzucci fraudolenti per essere il numero uno, il migliore.

E’ stato un po’ come accorgersi, vergognandosene, di aver provato emozioni vere, umane, per un qualche omino virtuale che, per gioco, zompetta nei monitor dei PC.

E a ruota, è proprio il caso di dirlo, è sprofondata infine anche l’immagine del Pantani uomo, debole, perdente, come un tossicodipendente può esserlo, e come molti di questi chiuso in una volontaria solitudine interiore, forse ancor più sentita perché provata da una persona da tutti invidiata, coccolata e adorata.

Lui, come altre centinaia, migliaia di tossicodipendenti, schiattati nei sottoscala, nei giardini di ogni città, nei cessi delle stazioni o in camere d’albergo, storie in fondo simili anche se con attori diversi.

E l’ultimo insulto si sta compiendo proprio nei confronti di questi, di quei morti per lo stesso bastardo motivo, che pochi ricorderanno e quasi nessuno riterrà vittime, perché in fondo se son vittime, lo sono di loro stessi.

Nessuno si dannerà poi tanto l’anima per cercare gli spacciatori che, nell’ombra, forniscono l’ultima dose; in fondo sarebbe come indagare sui venditori di coltelli, di corde di canapa, di lamette, di pistole e di medicinali…

C’è chi da quel mondo di facili sensazioni è riuscito a uscire, vincente, contando su risorse economiche ben più esigue e mettendosi in gioco, ancora una volta con fatica, sudando e soffrendo.

Neanche in questa ultima partita il Pirata ha dimostrato la volontà di combattere, scegliendo la più facile strada dell’artificio, nello sport come nella vita, uscendone ancora una volta battuto.

E’ questo che si continua a celebrare?

 

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