Western Motel (Robinia)

Tom sapeva benissimo quello che avrebbe trovato oltre la porta. Era tutto quello che voleva. Era lo scopo, il fine di tutti i suoi pensieri e delle preoccupazioni degli ultimi mesi eppure, o forse per questo, titubava. Con la mano sudata stringeva la maniglia fredda cercando dentro di sè il coraggio di compiere quest’ultimo passo. I battiti del cuore gli pulsavano nelle orecchie così forte da fargli temere che si potessero sentire. E questo non doveva accadere. Assolutamente.
Aveva atteso quel momento con un’ ansia che a volte diventava insopportabile, immaginandolo mille volte, prospettando ogni possibile scenario per non trovarsi impreparato. Eppure adesso, ora che ci era arrivato, ora che un semplice diaframma di legno lo separava dal suo obiettivo, si sentiva frenato, impaurito, incapace di proseguire.
Tom aveva quarant’anni. Pochi amici, nessuna relazione seria e da qualche tempo nessun lavoro. Se lavoro si poteva chiamare quello star seduto in una guardiola otto ore al giorno a premere un tasto. Vent’anni filati a far solo questo. In realtà i tasti erano due. Tasto verde per aprire il cancello e tasto rosso per chiuderlo, ogni volta che un automobile o un camion avevano necessità di entrare o uscire dalla sua azienda. Pubblica ovviamente. Quale ditta privata avrebbe pagato una persona per far questo tutto il giorno? Ma anche le strutture pubbliche non vedono di buon occhio chi palesemente non si presenta al lavoro e peggio ancora, non si adopera per farlo almeno sembrare. Così, la sua mansione, che un lettore di card avrebbe potuto svolgere altrettanto egregiamente, fu assegnata ad un nuovo addetto e la lettera di licenziamento, recapitata a casa di Tom finì direttamente nel sacco dei rifiuti. Nulla aveva più importanza per lui, niente al di fuori di quello che stava compiendo adesso.
Ruotò piano la maniglia e la porta, con un leggero schiocco metallico, si aprì.
Quello che vide non avrebbe dovuto sorprenderlo eppure si bloccò, con lo sguardo fisso, zitto, incapace di proseguire. Sapeva che non avrebbe parlato, che sarebbe rimasto in silenzio, ma non immaginava che la sola consapevolezza di trovarsi nella stessa stanza con l’oggetto dei suoi sogni, dei suoi desideri, lo avrebbe completamente bloccato.
La scena era immobile, sospesa nel tempo e nello spazio. Lo sguardo della donna sembrava quasi esprimere risentimento per quell’improvvisa intrusione, per quell’arrivo inaspettato; ma lui sapeva che non era così. Lei lo stava aspettando, ne era sicuro.
L’aveva vista per la prima volta su un giornale, sfogliato distrattamente nella sala d’aspetto del suo dentista. Una di quelle riviste che mai avrebbe comprato, ricche di scoop urlati che lo lasciavano assolutamente indifferente: la soubrette del momento aveva trovato il vero amore, mentre il suo ex, cercava tra le braccia di una collega soddisfazioni che sul campo da calcio faticava a trovare; sapienti sbirciate tra spacchi e camicette sbottonate ad arte, costumi galeotti e altre colossali e inutili idiozie. E improvvisamente lei. “Un pietra preziosa” , fu la prima immagine che raggiunse il cervello di Tom. Un rubino finito chissà come tra tutta quell’immondizia mediatica. Rimase immobile a guardare quella donna, trattenendo il fiato, quasi che un solo minimo movimento o rumore avrebbe potuto farla fuggire via. Lei sembrava ricambiasse lo sguardo ma era seria, quasi imbronciata. Impeccabile nel suo elegante abito rosso. Ancora una volta l’immagine di un rubino venne a sovrapporsi a quella della donna nelle mente di Tom e Rubina fu il nome che lui le diede. Pur senza parlare, e come avrebbe potuto, sembrava che Rubina dicesse “portami via da qui”. Una supplica, una disperata richiesta di aiuto rivolta proprio a lui e alla quale sapeva che avrebbe dovuto rispondere. Strappò la pagina, incurante dello sguardo di disapprovazione degli altri pazienti, la mise in tasca ed uscì, già dimentico del fastidioso dolore che l’aveva condotto fin là.
Furono mesi di ricerche, di indagini e appostamenti. Studiò minuziosamente i suoi movimenti, non frequentissimi a dire il vero; ispezionò i luoghi dove veniva portata, sempre accompagnata e spesso controllata a vista, per trovare uno spiraglio, una falla in quell’apparato che la circondava. Una occasione, pensava, mi basta una occasione sola. Furono giorni frenetici rubati al lavoro, fin che c’era e notti di riflessione rubate al sonno per giungere finalmente all’occasione giusta. Era riuscito ad eludere la sorveglianza, a defilarsi oltre i sistemi di sicurezza fino a raggiungere quella porta e adesso, finalmente, a superarla.
Si fece coraggio, avvicinandosi piano senza distogliere lo sguardo, silenzioso ed estasiato. Si fermò tanto vicino da poter scorgere alcune sfumature sul volto di Rubina che ne aumentavano, se possibile, la bellezza. Tanto vicino da poterne percepire l’odore. Ebbe l’impulso di toccare quella meraviglia, per convincersi che era tutto vero, che non era un sogno ma si trattenne. Ora, si disse, ora o mai più.
Il taglierino apparve tra le sue dita, affilatissimo, scintillante e con la facilità di un bisturi affondò docile, nella tela. Quattro tagli precisi a ridosso della cornice ed il dipinto si afflosciò tra le sue mani, esausto, vinto.
Arrotolò la tela con cura nascondendola sotto la giacca. Fece per uscire ma si fermò dopo pochi passi. Tornò indietro, estrasse dalla tasca la pagina strappata dalla rivista, ormai ridotta ad un brandello consumato per tutte le volte che l’aveva rigirato tra le mani e la sistemò con cura al posto del dipinto. Un piccolo indizio per gli investigatori, pensò, concedendosi un impercettibile sorriso.
Poi, con passo sicuro, si avviò verso l’uscita, confondendosi tra i visitatori del museo.

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