Furto al centro sociale Bruno di Trento. Così i poveri recuperano le ricchezze estorte dal sistema

wpid-img-20150126-wa0000.jpgSebbene i militanti si siano a lungo interrogati sull’opportunità di fare uscire la notizia per non essere strumentalizzati, poi l’hanno fatto… insomma quando è troppo è troppo. Denunciano che  “ignoti sono entrati al Centro sociale Bruno a Trento sfondando una finestra al secondo piano e portandosi via gran parte dell’attrezzatura…” si legge sul web. Poi, “… il danno arrecatoci è quantificabile in circa 6.000 euro e la gravità non risiede solo nel danno economico subito ma nel fatto che sia stato violato uno spazio sociale autogestito.”
Improvvisamente per questi signori il violare gli spazi altrui è diventata una azione grave. Spero che tale affermazione venga ricordata in futuro…
Comunque si tratta di un furto, che magari sfuggirà, grazie a qualche aggravante, alla mannaia delle depenalizzazioni, quindi via con le indagini come nel 2007, quando, dopo un analogo episodio la Polizia recuperò la refurtiva restituendola al centro sociale.
Insomma, secondo questa campana, denuncia o non denuncia, corre l’obbligo di risalire agli autori di un tal grave gesto.
Stessa campana, suonata invece da un novello professore universitario ed ex attivista di analoghe congregazioni, tal Francesco Caruso, gesti come questi vanno giustificati, perché se i ladri rubano, la colpa è delle diseguaglianze create dai ricchi e le rapine sono un metodo violento che i poveri hanno per recuperare la ricchezza loro estorta…
Insomma che li prendiamo o no, scontenteremo sempre qualcuno.
E’ un duro mestiere il nostro…

L’ordine delle cose

sergioGli alpini trentini sfilano a Pordenone con un fiocco giallo in solidarietà ai nostri marò ingiustamente detenuti in India.

Sugli spalti si indossano magliette e si srotolano striscioni in solidarietà di chi ha ucciso un poliziotto.

In una piazza si tiene un sit in per tre poliziotti incarcerati per un condanna che non prevede la detenzione.

I media approvano, promuovono inchieste cercando le motivazioni del gesto, gridano allo scandalo.

I politici tacciono imbarazzati, intervengono compostamente, sollevano un putiferio minacciando l’adozione di misure straordinarie.

Se solo l’ordine delle reazioni fosse diverso saremo in un Paese normale.

AIZUL ATNAS

Quando la realtà prende il posto della fantasia

Ancora un racconto della Volante uno.

Bella Trento di questi tempi. Vetrine luccicanti, suonatori di zampogne, gente carica di pacchetti, luminarie appese in ogni via. Profumo di brulé, cappotti, loden, cappelli e sciarpe. Spirito natalizio alla massima espressione, così, coinvolti dalla situazione, io e Alfio ogni tanto accendevamo l’ampia gamma di lampeggianti colorati che portavamo sul tetto della Volante, creando un piacevole effetto ottico, lo stupore di qualche bambino e l’istintiva fuga di molti malintenzionati.

Mancava poco a mezzanotte così ci avviammo verso la Questura con quell’aria quieta e paciosa che solo due poliziotti che stanno per terminare il loro turno di servizio sanno assumere.

Fu in viale Verona che notammo, sul bordo della strada, una vecchietta seduta su una panchina con il viso nascosto tra le mani. Accostammo. Si vedeva che aveva pianto. La donna cercò di ricomporsi e senza aprire gli occhi iniziò a parlare:

  • E’ tutta colpa mia… non avrei dovuto dargli retta, ma sembrava una così brava persona. << Ma come fai ad andare in giro ancora con quell’asino?>> mi diceva, << Nel ventunesimo secolo quello che conta è la velocità. Dallo a me che lo faccio diventare veloce come la luce>> e così ho fatto. Che povera vecchia che sono, pensi, agente che ho anche licenziato il mio aiutante Gastaldo… ed ecco il risultato!

Indicò con un suo magro dito una luminaria appesa tra due palazzi: un asinello fatto di lucine rosse, correva come impazzito da una estremità all’altra senza sosta.

Mi girai verso Alfio che si era fatto stranamente serio e pensieroso. Per me era solo una vecchia un po’ svitata da riportare dai famigliari o in qualche casa di riposo dalla quale sicuramente era scappata.

  • Torno subito.

mi disse Alfio allontanandosi di corsa. La signora ricominciò a parlare:

  • Capisce che adesso non posso svolgere il mio compito. Chi lo spiegherà domattina a tutti i bambini? Quello a cui ho dato l’asinello diceva di avere a cuore i desideri dei piccoli… di avere una fabbrica di giocattoli…

Stavo precipitando nella trama di uno di quei film strappalacrime di Natale e giuro, non avevo nemmeno assaggiato un goccio di vin brulé. Mancava che la svitata mi dicesse che l’uomo che le aveva sottratto l’asinello era un vecchio panzone barbuto vestito di rosso e il filmone Disney 2012 era bell’e pronto.

Cercavo un elegante modo di uscire da quella appiccicosa situazione quando improvvisamente le luminarie natalizie di tutta la zona si spensero. Fu una sospensione di pochi secondi, ma sufficienti per far apparire Alfio alle mie spalle in compagnia di un curioso quadrupede peloso dotato di un considerevole paio di orecchie.

  • Alfio, vuoi farmi venire un infarto? Ma dove sei andato e soprattutto questo cosa è???
  • Un ciuccio compà!

rispose beato il mio socio.

  • Lo vedo che è un asino, ma dove…. come…
  • Ispetto’, non è obbligatorio dare sempre una spiegazione a tutto. Senti qua: di dove sono io?
  • Di Napoli Alfio, ma che c’entra?
  • C’entra c’entra. E qual è il simbolo del Napoli, della squadra di calcio, la sua mascotte?
  • Che ne so io Alfio.
  • La mascotte del Napoli è il ciuccio…. l’asino! Vuoi che un napoletano non sappia trattare con un ciuccio? Su, da bravo vai dalla padrona tua…

incitò all’asinello che, docile docile si incamminò verso la vecchietta.

Alzai istintivamente lo sguardo verso la luminaria, temendo quello che stavo per vedere, anzi per non vedere ed infatti il frettoloso somarello di lucine rosse che saltellava era sparito. Al suo posto luccicava un più consono e statico rametto di vischio verde con palline rosse.

Abbassai lo sguardo.

  • Ok voi due, adesso basta scherzi e ditemi…

Le mie parole rimasero sospese nel vuoto. La nonnina e l’asinello erano spariti, mentre Alfio era risalito in macchina. Provai un secondo brivido e per quella sera decisi che ne avevo abbastanza. Salii sulla Volante e chiusi la portiera.

  • Adesso tu mi spieghi….

Alfio mi interruppe:

  • Ne vuoi?

disse, allungandomi lo spicchio di un mandarino che stava sbucciando. Sulle sue ginocchia ne aveva molti altri, poi torroncini, caramelle, monetine di cioccolata, bagigi, e…. ovviamente un asinello di pane all’uvetta.

Lo guardai sospettoso infilandomi un torroncino in bocca:

  • Non è obbligatorio dare una spiegazione a tutto vero? Specialmente stasera…

Alfio non rispose, ingranò la prima e si avviò verso la Questura.

 

Nella dettagliata relazione di servizio del 12 dicembre che scrissi quella sera, non c’è ovviamente traccia di tutto questo.

Ma vi assicuro che è tutto dannatamente vero.

Piccola dolce Alice

Un piccolo spunto di riflessione a chi segnala con i fari i posti di controllo delle forze dell’ordine….

 

 

Non è stato neanche difficile…

Qualche giorno per farle prendere una po’ di confidenza, una semplice caramella, sembra da non credere, come nei racconti delle mamme…

Carina, treccine bionde ed un vestitino a fiorellini.

E’ bastato afferrarla per un braccio e trascinarla dentro in macchina, mentre giocava in giardino con la sua bambola. Adesso la mia bambola è lei. Una piccola dose di cloroformio, eccola là addormentata dietro il mio sedile.

Ci divertiremo piccolina, appena ti svegli, vedrai…

Basta trovare un posto tranquillo, lontano da occhi indiscreti, via da questa strada trafficata.

Ma che vogliono questi?

Perché mi fanno i fari incrociandomi, perché mi lampeggiano?

Vuoi vedere che…

Mi segnalano una pattuglia della Polizia sulla strada.

Un posto di controllo, un posto di blocco. Temono che mi possano fare una contravvenzione per la velocità…

Devo svicolare prima.

Grazie amici.

Grazie della preziosa segnalazione.

Grazie anche a nome della piccola Alice.

Addio Sky, hai scelto un criminale e da poliziotto non ci sto

Da Javert * per il settimanale Coispflash

Ho atteso fino all’ultimo ma inutilmente.

La beatificazione di Felice Maniero è andata in onda regolarmente; “faccia d’angelo” incassa diritti e ride delle vittime, dei famigliari e di quanti si sono indignati dell’ennesima esaltazione di esempi negativi, di paladini dell’illegalità e della violenza.

Sky incassa, facendosi nuovo portatore di questa tendenza vergognosa, tanto redditizia a livello economico quanto disastrosa dal punto di vista educativo e ignora ogni richiesta di ripensamento alla programmazione o rifiuta di dare spazio, prima e dopo ogni puntata, alle testimonianze dei famigliari delle vittime di questo criminale come il COISP chiedeva in questo comunicato.

Così dopo Renato Vallanzasca esaltato al cinema, Cesare Battisti invidiato in spiaggia sulle riviste di mezzo mondo, Mara Cagol glorificata a teatro ci mancava questa beatificazione di un boss della mafia, che in quanto veneta non è da meno di quella siciliana.

Rapine, omicidi, associazioni a delinquere, terrorismo… robetta. Quel che conta è sparare una storia in prima serata e catturare pubblico, poco importa che sia Ghandi, Madre Teresa di Calcutta, Salvo d’Acquisto, Giovanni PalatucciGiovanni Falcone o Paolo Borsellino, magari il Cesare Battisti, quello vero… o che invece sia Maniero, Vallanzasca, Cagol…

Peccato Sky, e pensare che addirittura avevi stipulato una convenzione nientedimeno che con il Ministero dell’Interno per degli abbonamenti scontati ai poliziotti…

Addio Sky, con questa lettera riceverai anche la mia lettera di recesso all’abbonamento, un piccolo gesto che non smuoverà certo le casse o la coscienza di Murdoch ma che metterà pace alla mia. Non potevo essere complice di tutto questo e contribuire al pagamento delle royalties di Maniero.

Non potevo.

* Javert 😦Sergio Paoli, Segretario Generale Prov

inciale di Trento del Coisp, sindacato indipendente dei poliziotti)

Da Trento al Far West.

Tex Willer as he appeared in Lion Comics.
Image via Wikipedia

Il capo ci guardava serio dietro alle lenti dei suoi occhiali a specchio, dove si rifletteva maestoso il Castello del Buonconsiglio.

E’ la vostra ultima occasione. Pillola azzurra: fine della storia. Domani vi sveglierete in camera vostra e crederete a quello che vorrete. Pillola rossa: partite per il paese delle meraviglie, e vedrete quanto è profonda la tana del bianconiglio.

– Sta solfa dell’ultima occasione mi sta annoiando Alfio. Ogni turno si ripete e noi ovviamente giù la pillola rossa. E se stavolta lasciassimo perdere?

– Un po’ tardi direi; l’abbiamo già presa.

– Ne sei sicuro?

– Non vedo in quale altro modo possa essere spuntata la coda alla mia Alfa Romeo

Spostai lo sguardo sotto il sedere di Alfio, certo di trovarci il sedile in finta pelle della Volante invece vidi un’enorme massa di carne e muscoli palpitanti e pelosi.

– Un cavallo Alfio!!!!, sei in groppa ad un fottuto enorme cavallo nero!

– E sotto di te cosa credi ci sia… Belen Rodriguez?

Percepii all’istante di trovarmi in sella ad un altrettanto puzzolente equino che camminava tranquillo lungo un arido sentiero sassoso. Ecco cosa era quel fastidioso dondolio che mi stava già facendo venire la nausea.

– Sta cosa mi piace proprio Javert, guarda qui che pantaloni di cuoio…e che cappello!

In effetti ad Alfio l’abbigliamento da cow-boy donava: giaccone di pelle con le “franze”, stivali, speroni e un minaccioso fucile nel fodero della sella.

– Che ne dici di bagnarci il gargarozzo al prossimo saloon Alf?

Stavo entrando magnificamente nella parte, tanto da sopportare il caldo e penetrante odore che il mustang offriva alle mie narici. Diedi un colpo di redini. Il cartello bucherellato dava il benvenuto a Perzen Ville, informandoci che lì vivevano un migliaio di anime. Entrammo in un famigliare Saloon, il “Round Rock”.

– Due whisky amico, e due secchi di biada per i nostri cavalli! – esordì Alf sedendosi allo sgabello del bancone.

Mi guardai allo specchio dietro al bancone: cappello nero, camicia bianca, cravatta sottile e giaccone nero. Ero stupendo, tale e quale a Sartana! “Una nuvola di polvere… un grido di morte… arriva Sartana” sussurrai piano. Trangugiai in un sorso il whisky che produsse dentro di me una sistematica devastazione di lingua, trachea ed esofago per poi dar fuoco allo stomaco. Appena la vistà tornò limpida, vidi comparire, riflessi nello specchio, due cow boy dall’aspetto decisamente famigliare. Diedi una gomitata ad Alf, che stava attaccando bottone con una bionda esagerata appoggiata ad un pianoforte scassato.

I due si fermarono davanti a noi. Esordì quello col pizzetto ed i capelli grigi.

– Da come vi presentate dovete aver avuto una discussione con Satanasso in persona…

– Non si accolgono così gli ospiti, vecchio cammello! Comportati da persona per bene. – lo fermò il cow boy più giovane.- Mi presento, sono Tex Willer e questo è il mio pard, Kit Carson.

Rimanemmo senza parole.

– Bene – riprese Kit Carson, – dopo aver ingoiato la polvere di mezza Arizona per incontrarvi, una bella sciacquata di gola è la benvenuta. Amico, 4 whisky.

– Cosa possiamo fare per voi, rangers – intervenne Alfio piazzando una manata sulla spalla di Aquila della Notte.

Tex lo fulminò con lo sguardo.

– Un’altra confidenza del genere e ti mando a vedere i cactus dalla parte delle radici.

Alfio decise lì per lì di trattenere i suoi modi partenopei.

– La storia è semplice, bambocci. Abbiamo qualche… diciamo problemino con un tizzone d’inferno, un certo Orso Veloce. Ora, fosse per noi sarebbe già a suonare l’arpa su qualche nuvoletta, ma…

– C’è di mezzo una donna. – proseguì Kit – Alison, scampata al massacro di Orso Veloce e dei suoi compari.(*)

Alfio si fece vicino. L’argomento cominciava ad essere di sua competenza.

– Avevo previsto per Orso Veloce una cura di piombo con successivi impacchi di terra fresca, ma… sai come sono le femmine… si impressionano…. così ci serviva un sistema per togliercelo di torno senza…

– Capito! – dissi mandando giù il terzo bicchiere di acido solforico. In verità non avevo capito un accidente ma non potevo deludere Tex Willer. Lo guardai tra le fessure dei miei occhi, sputando un frammento di tabacco per terra.

– Hai chiamato le persone giuste….

– Mi risulta che dalle vostre parti ci sappiano parecchio fare con gli orsi. Inserimenti, trasferimenti, spostamenti, fucilate di sonnifero, soldi a palate, studi e ricerche, radio collari e mille altre diavolerie. Un orso in più non dovrebbe fare la differenza…bello il Trentino, mi ricorda il Texas…

Per poco non cadevo dallo sgabello. Voleva farci portar via Orso Veloce, un guerriero Navajo, assassino e fumatore di erbe allucinogene per metterlo tra gli orsi del trentino….

– Mi scusi Ranger – disse timido Alfio – forse non ha compreso bene che i “nostri” orsi, sono davvero…

– Senti angioletto – intervenne Kit – se non vuoi un ricamino nuovo in quella carcassa…

– Non è il caso di insistere vecchio mio – lo interruppe Tex – credo che i nostri amici abbiano capito l’antifona…. vero?

– Certo. – dissi, mentre il mondo tutto attorno cominciava lentamente a roteare.

– Bene, allora per festeggiare propongo un ultima dose di strizzabudella. Oste, un altro giro, stavolta doppio, offro io! L’amico Orso Veloce è già bell’impacchettato sul suo cavallo qui fuori. Vi siamo debitori.

Mandai giù l’ultimo bicchiere doppio e l’ultima cosa che vidi furono le pale del grande ventilatore appeso al soffitto del Round Rock.

Aprii gli occhi a fatica mentre nella testa mi ballava una mandria di bufali. Alfio sonnecchiava vicino a me, seduto al posto di guida della volante. Guardai sui sedili posteriori poi svegliai Alfio.

– Senti Alfio, qui dietro abbiamo un indiano con tanto di penna in testa, imbavagliato, legato come un salame e a vederlo sembra anche parecchio incazzato. Non chiedermi nulla e vai verso il bosco.

Un cojote, in lontananza, approvò la scelta con un ululato che si propagò per tutta la valle.

Sugana Valley.

(*) Tex Il Presagio

Concerto per freno a mano e frizione

Dedicato a un mito portato alla ribalta dagli Articolo Trentino

Ennesimo turno notturno caldo e silenzioso per le strade di Trento.

Alfio guidava piano mantenendo il motore dalla nuovissima Alfa 159 accordato a un fa diesis minore, garanzia di minore usura, di leggiadra eleganza e di immediata risposta se il caso lo avesse richiesto. E il caso sbucò, improvviso e roboante, sotto forma di un’Alfa Romeo Alfetta 1.8, che come un missile ci sfrecciò davanti per poi allontanarsi nella quieta notte tridentina, ormai violata.

Non ebbi bisogno di dire nulla. Mi aggrappai al maniglione, accesi tutte le luminarie azzurre possibili, misi l’interruttore “sirena” su ON e puntai i piedi. La caccia era iniziata.

L’Alfetta aveva parecchio vantaggio, tuttavia riuscivamo a scorgerne le luci posteriori in lontananza. Ebbi come la strana impressione che stesse rallentando apposta, quasi per farsi raggiungere, tanto che per un attimo potei chiaramente leggere la scritta che aveva sulla coda: TURBO IE. Poi schizzò via.

Alfio scalò una marcia e affondò il piede mentre io venivo schiacciato contro lo schienale. L’Alfetta in risposta esibì un controsterzo azzardato proiettando una mitragliata di ghiaino contro la luna e così, di traverso, ma con una certa superba raffinatezza, percorse una retta, o meglio “en reton” per poi infilare l’uscita di Gardolo.

Alfio non fu da meno, allargò la traiettoria e centrò l’uscita passando a pochi centimetri dal guard-rail. L’ammiraglia si staccò da terra per effetto del dosso e si librò in aria leggera. Puntò il muso verso l’Alfetta ed atterrò morbida guadagnando alcuni metri. Cercavo di guardare all’interno dell’auto del fuggitivo ma i vetri posteriori erano schermati da delle tendine dello stesso colore dello spoiler “triplo” che torreggiava sul baule posteriore.

L’Alfetta imboccò la rotatoria di via S.Anna ed Alfio fece lo stesso.

Ma contromano.

Chiusi gli occhi e mi ripromisi di consegnare la domanda di trasferimento per i servizi burocratici che tenevo nel cassetto, quella stessa mattina.

L’Alfetta pseudo Turbo ie percorse pochi metri poi l’autista, o meglio, il pilota, accennò una derapata che concluse componendo un testa-coda che non esiterei a definire “sinfonico”, tanto che pure Alfio per un attimo rimase a guardare compiaciuto. Il mezzo giro dell’Alfetta mi permise di notare che questa aveva soli tre cerchi in lega leggera. La quarta ruota montava un comune cerchio in ferro.

Alfio rispose con una analoga manovra e si rifece sotto. L’Alfetta sterzò ancora, poi accelerò e prese una viuzza secondaria tra due file di case, stretta, molto stretta e noi dietro. Più proseguivamo più la carreggiata si restringeva finché a un certo punto, e solo San Michele Arcangelo, protettore della Polizia di Stato sa come, l’Alfetta davanti a noi, per poter passare, si alzò sulle due ruote laterali. Forse fu lo stesso Arcangelo ad intervenire, tant’è che anche la nostra fiammante Alfa 159 assunse quella curiosa posizione fino in fondo alla strettoia.

L’inseguimento riprese, ruote a terra, in una continua evoluzione di figure, di giochi, di provocazioni e di sfide. Non so quanto durò, non so nemmeno perché ad un certo punto tutto questo finì. L’Alfetta, come un destriero alla fine di un duello si arrestò chinando il capo. La lunga antenna che montava sul tetto, di almeno tre metri, venne proiettata in avanti come una frusta e alla fine della corsa emise uno schiocco secco mettendo fine alla disfida.

Era il mio turno. I duellanti erano silenziosi ed ansimanti uno di fronte all’altro così mi avvicinai all’Alfetta, dal cui interno provenivano delle distorte note di una autoradio “a ciodo”, con dei toni di basso esagerati. Meglio gli alti.

Mi affacciai al finestrino, presi la patente che l’autista mi porse e tornai sulla Volante sedendomi al fianco di Alfio che mi guardò serio:

– Se indovino nome e cognome del “pilota” lo lasciamo andar via?

Mi sembrava una scommessa cretina e assolutamente inammissibile, così accettai. Lessi i dati dalla patente e solo allora capii. Tornai verso l’Alfetta e consegnai il roseo documento all’uomo che partì sgommando.

Alfio nel frattempo era sceso, e fischiettava la sigla di un vecchio cartone animato appoggiato alla portiera della 159 16 V.

Mi avvicinai giusto in tempo per intervenire al ritornello, che cantammo assieme mentre nell’aria si diffondeva un acre odore di gomma e di frizione:

  • Tulio Pinter, a far le evoluzion, Tulio Pinter…