Furto al centro sociale Bruno di Trento. Così i poveri recuperano le ricchezze estorte dal sistema

wpid-img-20150126-wa0000.jpgSebbene i militanti si siano a lungo interrogati sull’opportunità di fare uscire la notizia per non essere strumentalizzati, poi l’hanno fatto… insomma quando è troppo è troppo. Denunciano che  “ignoti sono entrati al Centro sociale Bruno a Trento sfondando una finestra al secondo piano e portandosi via gran parte dell’attrezzatura…” si legge sul web. Poi, “… il danno arrecatoci è quantificabile in circa 6.000 euro e la gravità non risiede solo nel danno economico subito ma nel fatto che sia stato violato uno spazio sociale autogestito.”
Improvvisamente per questi signori il violare gli spazi altrui è diventata una azione grave. Spero che tale affermazione venga ricordata in futuro…
Comunque si tratta di un furto, che magari sfuggirà, grazie a qualche aggravante, alla mannaia delle depenalizzazioni, quindi via con le indagini come nel 2007, quando, dopo un analogo episodio la Polizia recuperò la refurtiva restituendola al centro sociale.
Insomma, secondo questa campana, denuncia o non denuncia, corre l’obbligo di risalire agli autori di un tal grave gesto.
Stessa campana, suonata invece da un novello professore universitario ed ex attivista di analoghe congregazioni, tal Francesco Caruso, gesti come questi vanno giustificati, perché se i ladri rubano, la colpa è delle diseguaglianze create dai ricchi e le rapine sono un metodo violento che i poveri hanno per recuperare la ricchezza loro estorta…
Insomma che li prendiamo o no, scontenteremo sempre qualcuno.
E’ un duro mestiere il nostro…

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A Radio Dolomiti

Da Innsbruck al lago di Garda, dal Primiero al Passo del Tonale

Italiano: Mappa delle "Comunità di valle&...
(Photo credit: Wikipedia)

Amelia Tommasini, dai microfoni di Radio Dolomiti  ha voluto dedicare una puntata di “Viaggio nella scrittura”, rubrica letteraria patrocinata dalla Provincia Autonoma di Trento al mio libro Al termine del servizio redigere dettagliata relazione.

Parole così belle che… insomma, ascoltatele.

Qui

Spogliando una ceca

pizza carissima
La mia fidanzata è pugliese.

E io sono trentino.

Ho detto fidanzata, non morosa ma non prendete questa concessione lessicale come una sottomissione. E’ invece il frutto di una meditata scelta tra due modi di dire e ritengo che fidanzata sia più congeniale al rapporto che ci lega. Al di là di questo, sono altri gli argomenti che ci rendono consapevoli della nostra diversità e per questo, come coppia, più ricchi. (questa la potrei vendere a Riza Psicosomatica o a Donna Moderna…)

Sapeste con quale enfasi vanto e difendo i nostri autobus puntuali, il nostro traffico educato, i nostri servizi efficienti ( dopo queste parole mi aspetto almeno un ringraziamento politico ma va bene anche un invito alla prossima degustazione del marzemino doc…) e non nascondo che un po’ me la tiro quando l’argomento è la neve, le mele golden, gli pneumatici invernali o i canederli.

Me la cavo discretamente con la cura dell’ambiente, le bellezze naturali già tendono al pari ma c’è purtroppo un argomento sul quale esco sempre inesorabilmente sconfitto: i nostri esercizi commerciali.

Negozi, bar, pizzerie, ristoranti, chioschi, ambulanti, non ce n’è uno tra questi che mi abbia permesso di segnare un punto a mio favore.

Come entri in un negozio trentino devi innanzitutto stare bene attento all’orologio. Non farlo se manca meno di un ora alla chiusura, per non trovarti inchiodato da un “saresen dré che seràn per quelo…” a meno che tu non debba entrare per chiedere una informazione. In questo caso non aspettarti una risposta se questa riguarda anche lontanamente un altro negozio commerciale. Non importa se di un’altra categoria merceologica. Puoi entrare e chiedere che ora è, oppure che film fanno su Premium stasera o lo spread dei BPT tra Italia e Germania ma non saprai mai da una venditrice di tessuti dove si trova il più vicino negozio di animali. No son miga l’uficio informazioni….

Aspettati di essere marcato a uomo da una commessa falsamente premurosa e sorridente ma che ti segue solo per evitare che disordini la preziosa merce in esposizione sugli scaffali no serve desfàrle zo tute, ghe n’è za una avèrta fòra…le è tute uguali…

Ma la sconfitta è più pesante, anzi la partita non c’è proprio quando, con la mia fidanzata-morosa affrontiamo l’argomento ristoranti – pizzerie.

Non per essere venale ma la differenza di prezzo già ci mette sotto di un gol. E che gol. Una margherita qui non si trova sotto i 4 euro e 50 mentre in Puglia viaggia sui 3 euro. (35 % in meno….) Palla al centro.

La vogliamo un po’ farcita? Il divario aumenta, altro che spread Italia Germania…

Vogliamo parlare di simpatia???? Cappotto. Qui sembra quasi che i ristoratori ti facciano un favore a lasciarti entrare. Quasi che se non ti danno da mangiare loro sei destinato a morire là in strada. E come sopra, non sgarrare nemmeno di un minuto. Alle 22 e 30 tutti chiusi ma già dalle 22 niente ristorante, solo pizza, ma… darghe dreo.

A proposito di pizza, l’altra sera rientravo tardi dal lavoro quindi ho voluto portarmene a casa una fermandomi per strada in un locale dalle parti di Caldonazzo. Con un grugno la cameriera, forse la titolare prende in mano il blocco delle comande e mi guarda arcigna: “che pizza vuole? Non conosco a memoria la lista di tutte le pizze di ogni pizzeria trentina ma non lo dico e chiedo il menù. La cameriera alza gli occhi al cielo, pensa e io le leggo nella mente:sto qua el vòl na pizza e no’l sa gnanca che pizza… per forza che el la magna da sol… chi vòt che se lo tòga uno così…

Scelgo una tonno e cipolla ( forse è per questo che mangio da solo… ma comunque non era previsto alcun incontro con la mia fidanzata quella sera…) e una birra natalina da bere mentre aspetto . La tipa mi guarda sconcertata. Il pizzaiolo legge la comanda come fosse una condanna a morte e brontolando si mette al lavoro. Chiedo di pagare.

Dieci euro e dieci!

Scusa, penso, ma forse lo dico, devo portare via una pizza, non te…

La pizza al tonno costa sei euro, ogni aggiunta sono 2 euro e dieci e la birra di Natale due euro.

Rapido calcolo mentale: il costo medio della cipolla al dettaglio è di un euro e cinquanta… al chilogrammo. Mi immagino una orribile pizza con un chilo e quattrocento grammi di cipolla sopra…

Faccio notare che nel menù c’è una pizza che si chiama Ceca, con tonno, cipolla, prosciutto e peperoncini che costerebbe sette euro, quindi si poteva prendere come base di partenza quella e andare per sottrazione invece che considerare la tonno ed aggiungere…

Lei mi ha detto che voleva una pizza al tonno…. CON le cipolle…

Quindi se avessi voluto una ceca MENO il prosciutto che conto mi faceva?

Per ogni ingrediente tolgo un euro e cinquanta…

La cosa mi sconvolge. Aggiungi cipolla e paghi due euro e dieci, togli cipolla e ti restituiscono un euro e cinquanta… Svalutazione immediata del nobile ortaggio. Per forza che fa piangere…

Rifletto: la Ceca costa sette euro, se la faccio spogliare del prosciutto arrivo a 5 e cinquanta, meno tonno arrivo a quattro, meno cipolle a due e cinquanta, tolgo i peperoncini arrivo ad una margherita al prezzo di un euro… Fantastico, un gol per me, meno che in Puglia. Ma esagero, se tolgo anche pomodoro e mozzarella vengono due euro a me… giusto il prezzo della birra che in questo caso mi spetterebbe gratis.

Peccato che ho scelto una tonno CON le cipolle… e questa dichiarazione mi inchioda. Lo diceva sempre mia madre che bisogna saper parlare se si vuole avere successo nel mondo.

Pago con una banconota da venti.

No galo dese centesimi?

Certo che ce li ho razza di oca, ne ho duemila di monetine tra le tasche e l’automobile ma morissi qui se te lo dico. Almeno dieci centesimi di sconto me li farai adesso…

Mi spiace signorina non ho moneta.

La cameriera fruga nella cassa, nelle sue tasche, in un borsellino, chiede al pizzaiolo e non vinta si allontana, esce, va al negozio di fronte io penso non è possibile…

Poi torna, furiosa, con la mia pizza nel cartone già un po’ fredda e nove euro e novanta di resto.

Tutto è possibile

Dove i trentini forgiano il loro carattere, acquisiscono le regole fondamentali della sopravvivenza, diventano veri uomini e donne.

Al termine di una ricerca condotta personalmente “sul territorio”, con anticipazioni pubblicate sul web addirittura nel 2003, sono orgoglioso di poter finalmente divulgare la relazione conclusiva di questo ambizioso progetto.
L’obiettivo, per nulla modesto, era quello di leggere nell’anima e nel cuore dei trentini, capirne le tendenze e le abitudini, localizzandone il centro energetico, il luogo di ritrovo spirituale, il punto di origine primordiale.
Bene, la conclusione è che tutto parte dal bar.
Ma attenzione, non dal bar inteso come struttura, ma da quel complesso coacervo di situazioni, abitudini e manie proprie di ogni locale, diverso come sono diversi i locali, gli antri, gli angoli e i bagni.

Ecco, proprio dai bagni voglio partire nell’esposizione della mia ricerca.

Non c’è parte del bar più misteriosa, enigmatica ed attraente del bagno. Cito una doverosa eccezione: al bar Sxxxx di Bxxxx c’era e forse c’è ancora, un ripostiglio sul retro dove Assunta, prosperosa barista detta anche “ Montagne Verdi” per via di un maglione color smeraldo appropriatamente riempito, invitava aitanti giovanotti con la scusa di aiutarla a cambiare il fusto della birra. Per noi, allora troppo giovani avventori, quella stanzetta rimase sempre un luogo misterioso e vagamente peccaminoso ma soprattutto mai raggiunto. L’imponente consumo di birra alla spina di quel bar, ancora primeggia nel guinnes dei primati del trentino orientale
Ma torniamo ai bagni. Quello delle “donne” per esempio, è un luogo ove i baristi custodiscono inestimabili tesori, calici d’oro e fini broccati. Non si spiegherebbe altrimenti perché, a differenza di quello degli “uomini”, questo sia accuratamente chiuso a chiave, solitamente munita di portachiavi del peso di dodici chili e dalle dimensioni di un pneumatico da camion.
Per ottenere quel prezioso lasciapassare la malcapitata deve affrontare il o la titolare, dimostrare di averne assoluto bisogno, quindi camminare a ginocchia strette o saltellare nervosamente e superare una serie di quiz per comprovare inequivocabilmente di appartenere al sesso femminile. Prima di guadagnare l’accesso a quello scrigno deve sottoscrivere un contratto in cui si impegna a restituire la chiave entro trenta minuti (e qui il tempo è ampiamente giustificato alle esigenze femminili) esclusivamente alla titolare o a persona da essa espressamente delegata.
Nel settembre del 2009, Enrico da Sopramonte detto “la Fata” per via della sua bacchetta magica che estraeva ad ogni minima occasione, riuscì con l’inganno a superare tutte le prove e ad ottenere la chiave della porta delle donne del bar Xxxxxx. Da allora non si hanno più notizie di lui ma l’impressione comune è che l’affluenza così come la permanenza del pubblico femminile in quel bagno sia notevolmente aumentata
In perfetta antitesi, il bagno degli uomini è invece sempre aperto, nel senso che la chiave non c’è mai e in alcuni casi manca anche la porta. Impaccio solitamente superabile per l’espletamento delle necessità “liquide”, un po’ meno per le rimanenti attività. In questi casi farebbe comodo il gioco di squadra, ma questa è una cosa alla quale noi maschi non siamo assolutamente preparati. Per le femminucce affrontare l’attività bagno in tre è una cosa assolutamente naturale. Posizionare una vedetta sulla porta ed una a piantonare l’antibagno armata di spray al peperoncino è un gioco da ragazzi, anzi da ragazze ma ahimè, gli uomini, da che mondo è mondo, al bagno ci vanno da soli. Cascasse il mondo, dovessimo tenerla per ore ma all’annuncio dato al bancone “vago a far ‘na zifolada” non deve mai e poi mai seguire un “végno anca mì”. Guai. Sarebbe la fine. La risposta standard in questi casi è: “Entant ordino n’altro giro”. Non sono ammesse eccezioni.
Variante tecnologica della chiave è il bagno con apertura elettrocomandata dal barista munito di pulsante sotto il balcone. All’umiliante procedura della richiesta dello sblocco della porta per encessità impellenti, solitamente sussurrato, segue l’azionamento del pulsante e lo sgancio metallico della serratura simile per frastuono all’apertura delle porte dell’inter-city Milano – Dortmund. A questo segnale solitamente il bar si ferma e tutti si girano per vedere chi è il coraggioso che affronta la sfida, perché una volta entrato non hai il controllo su nulla. Sei solo contro il mondo, armato di un rotolo di carta igienica ad un velo. Il barista può decidere improvvisamente di sbloccare la serratura e permettere così l’ingresso dei soci Cral in gita aziendale giunti stremati da un viaggio in pullman di sei ore e da tre dimostrazioni consecutive di pentole magiche. Questo sistema è stato vietato dal Ministero della Sanità nei bar delle stazioni ferroviarie dove l’apertura delle porte dei convogli veniva spesso confusa dallo sblocco dell’accesso al bagno. Le continue interruzioni della minzione avevano causato un preoccupante aumento della patologie ad essa correlate.
Altra tipologia di bagni altamente performante per la forgiatura caratteriale dei clienti del bar è quella dei bagni hi-tech.
Niente maniglie alle porte ma un dispositivo di riconoscimento dello stato di tensione della vescica. Se ti scappa veramente si apre, altrimenti il dispositivo manda un sms al barista che ti spilla subito una birra da litro per agevolarti il compito.
All’interno, niente pulsanti alle pareti ma un rilevatore di movimento. Devi saltellare, ballare, piroettare per accendere la luce, cosa assai problematica se hai appena assunto la birra da litro di cui sopra. La cosa carina è che il movimento deve proseguire anche durante “l’espletamento” altrimenti la luce si spegne lasciandoti nell’oscurità più assoluta e privo di punti di riferimento. Appare una contraddizione a questo proposito l’apposizione di messaggi minatori composti anche con un certo slancio poetico dai baristi per invitarti a fare centro. Vale la pena di citarne alcuni: La nostra mira è un bagno pulito; la vostra mira ci può aiutare molto. Non si dice di fare centro, ma almeno di farla dentro. Fino al drastico: Se la fai fuori te lo taglio (Bobbit).
So che a questa ultima frase molti di voi avranno impercettibilmente ritratto il bacino causando così un piccolo stimolo al basso ventre. Andate, andate pure, io intanto “ordino n’altro giro”.
Alla prossima.